Recensione: Sonata Arctica – Stones Grow Her Name

Rieccomi, dopo una lunghissima assenza, a scrivere su questo blog. L’occasione è assolutamente imperdibile, uno dei motivi per cui ho cominciato a scrivere recensioni a dire il vero. Ho aspettato a lungo l’uscita dell’ultimo disco dei Sonata Arctica e se ci ho messo così tanto a decidere di mettermi a lavorare su questa recensione è proprio per la devozione che provo verso il primo gruppo Metal a cui io mi sia avvicinato, nonchè il mio preferito. Questo magari spiega la paura da performance che mi ha pervaso negli ultimi giorni.

Al mio primo ascolto dell’album sono stato onestamente perplesso. Stones Grow Her Name non è un album di immediata comprensione a mio parere. Inizia dando all’ascoltatore un’idea completamente sbagliata riguardo a ciò che sta per sentire e toglie questa sicurezza all’incirca dopo 3-4 canzoni. L’unica certezza che si ha è questa: I Have a Right (il primo singolo estrapolato) non fa assolutamente giustizia a un album sicuramente variopinto ed eclettico.

Per tutta la durata del disco il quintetto si diverte a rivangare il passato, in piú e piú modi, ad andare avanti e soprattutto sperimentare, un’attività che i Sonata Arctica praticano ormai da due album.

L’album si apre con “Only the Broken Hearts (Make You Beautiful)”, una canzone che suona molto di Unia e di quanto Power Metal abbiano prodotto in passato, con dei cori risonanti, una chitarra melodica ma decisa esattamente nei momenti in cui deve esserlo, la voce di Kakko corona perfettamente quella che francamente, è una delle mie canzoni preferite di questo album.

Instancabili continuano, in “Shitload of Money” con una intro che francamente non mi sarei aspettato di sentire in un album dei Sonata Arctica e un testo che personalmente non mi avrebbe sorpreso essere scritto dai Nickelback; ma anche qui a livello strumentale è tutto assolutamente ineccepibile, queste sono esattamente le canzoni che bramavo di sentire da quando ho consumato la mia copia di “The Days of Grays”, tastiere e chitarra che si fondono, batteria cadenzata e potente, una bellissima canzone per fomentare lo spirito insomma, indubbiamente una scelta appropriata metterla all’inizio dell’album.

Con la terza canzone, “Losing My Insanity”, il quintetto finlandese ci prende un po’ in giro, introducendo il brano con un pezzo di pianoforte che si va a chiudere su un attacco prepotente della chitarra di Elias Viljanen. La canzone corre così fino al ritornello, molto melodico in classico stile Sonata Arctica, e via facendo fino a un assolo senz’altro interessante. Una canzone che fa senz’altro capire che non c’è nessun assente in questo disco.

Ed eccoci al quarto pezzo, “Somewhere Close to You”, il primo pezzo del disco che ha cominciato a farmi dubitare, non dato del gruppo, quanto delle mie facoltà mentali nell’ascoltarli. E’ un pezzo per certi versi familiare, potente e molto ben cadenzato che sfrutta molto bene tutti i componenti del gruppo facendo comunque perno sulla chitarra, ma che lascia (almeno me) perplesso per via della linea melodica un po’ contrastante.

Arriviamo quindi al primo singolo dell’album, “I Have a Right”. Devo ammettere che la prima volta che l’ho ascoltata ho pensato fosse un bella canzone, ma il testo mi lasciava perplesso, sembrava un po’ troppo “anti-aborto”, Povia per capirci. A giudicare dalla precisazione sul significato che Tony Kakko stesso si è sentito in dovere di fare penso di non essere l’unico ad averci trovato un qualcosa di equivoco. La canzone parla quindi dei diritti di figli, liberi di crescere svincolati dai doveri impostigli dai genitori, amareggiati dai propri errori e, sebbene possa sembrare un po’ ripetitiva la trovo molto delicata nei suoni, e nella linea melodica ma, come detto all’inizio della recensione non mi smentirò ora, ribadendo che è a mio parere una canzone che con il resto dell’album ha poco da spartire, concedendo comunque una gran bello stacco, quasi linea netta, tra la prima metà del disco e la seconda.

Si entra quindi in un’altra “fase” dei Sonata Arctica con “Alone in Heaven”. Anche qui ci regalano una falsa partenza con una intro su chitarra acustica e vocaleggi del signor Kakko. 21 secondi e la musica cambia letteralmente con l’entrata in scena di tutto il gruppo al completo. Personalmente l’ho trovata una canzone molto leggera, nonostante la strumentazione, come se fosse una canzone pop riproposta in versione metal, con un non so che di già sentito, anche se le la linea melodica scivola via in bocca al cantante come se fosse la sequenza di parole piú naturale del mondo.

E al settimo posto troviamo “The Day”, una canzone senza dubbi interessante. Perché? Perchè inizia con un intro che ricorda molto “Everything Fades to Gray” e continua con una linea melodica che ha soprattutto in principio, somiglia molto a “As If the World Wasn’t Ending”, il resto dell’esperienza data dall’ascolto è molto difficile da descrivere, è senz’altro una canzone particolare, che però francamente non è riuscita a convincermi del tutto.

Con “Cinderblox” il mio cervello si è annodato provando a capire la canzone. Dalle sonorità country, rock e metal non è assolutamente una canzone facile da capire. Si denota qui palesemente la genialità del gruppo. Perchè sebbene possa sembrare assurda e incomprensibile, sta di fatto che loro sono riusciti a farla, il risultato può essere gradito o meno, ma sta qui e francamente non è male neanche la metà di quanto un mix del genere potrebbe essere.

Come nona traccia troviamo “Don’t be Mean”, una ballad dalla sonorità semplice, dritta al punto,  che lasciando la parte preminente alla voce di Tony Kakko riesce ad essere coinvolgente in modo sorprendente proprio attraverso la sua semplice esecuzione. Personalmente non è la mia ballata preferita proposta dal quintetto, ma è indubbiamente una bella canzone, che dopo “Cinderblox” calma molto gli animi.

Inizia la chiusura del disco con “Wildfire, Part II: One with the Mountain”, che si riaccosta un attimo alla sonorità country di Cinderblox per introdursi, la canzone inizia quindi con un interessantissimo gioco tra batteria sincopata e chitarra, pesante e diretta, decorata successivamente dalla voce. Comincia quindi a continuare la storia iniziata con “Wildfire” nell’album “Reckoning Night”.

Ma la storia non finisce e continua in “Wildfire, Part III: Wildfire Town, Population: 0″. La canzone inizia con un interessante scambio strumentale per poi partire in una canzone che riesce a fondere lo stile classico dei Sonata Arctica pre-Unia a quello post, tramite l’uso di cori, chitarra dalla sonorità Power, senza sfociare nell’eccesso e linea vocalica che pur essendo presente senza riserve, lascia spazio a tutti i suoi compagni per esprimere ciò che devono.

Arriviamo quindi alla bonus track, “Tonight I Dance Alone”, la canzone piú bella che io abbia sentito su questo album. Senza pretese, ma comunque un capolavoro, questa canzone è una ballata leggera, con una chitarra che accompagna perfettamente la voce, una batteria presente il tanto che serve per reggere il ritmo e per riempire quello spazio che altrimenti rimarrebbe vuoto e un testo stupendo, senza contare un meraviglioso assolo di chitarra dal tono melodico e mellifluo che mostra che Elias “Evil” Viljanen il suo lavoro lo sa fare veramente bene.  Purtroppo però, essendo anche una delle canzoni piu brevi dell’album, ci abbandona dopo 3:27 per pensare e riflettere su ciò che abbiamo appena ascoltato.

Concludendo, “Stones Grow Her Name”, l’ultimo album dei Sonata Arctica è un bel disco. Personalmente avrei preferito ascoltare qualcosa di piu, ma nonostante tutto non posso lamentarmi assolutamente, è solo che dopo Unia e End of Grays ero solo stato abituato molto male. E d’altronde non oso porre lamentele, perchè dopo 3 anni quasi, i Sonata Arctica sono qui, sono tornati.

Apolide

  

Mauro "Shindeor" Piccillo

About

Nato a Pisa e trasferitosi successivamente in vari luoghi europei, Mauro trova la sua stabilità nei videogiochi e uno spiccato interesse per il Giappone, elementi che lo porteranno a una laurea in Lingua e cultura Giapponese (della quale non si pente affatto), un periodo di soggiorno prolungato su suolo nipponico e successivamente un Master in grafica 3D. Non ama parlare di se in terza persona, ma quando ce ne è bisogno è sempre pronto.

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One Response to “Recensione: Sonata Arctica – Stones Grow Her Name”

  1. Irene "RibesBianco" Caroti RibesBianco scrive:

    Dopo il terzo ascolto dell’album sono arrivata alla conclusione che le uniche canzoni che mi piacciono sono I Have a Right (principalmente per la base melodica che non so per quale motivo mi ricorda la colonna sonora di Final Fantasy VIII °_°’) e Losing My Insanity, anche se per quest’ultima non ti so dire esattamente il motivo. Riflettendo ho capito anche per quale motivo questo album mi ricordava Dark Passion Play: nonostante abbia sonorità metal mi dà un ché di commerciale. I gorgheggi così alla Rihanna di Tony in questo album, poi, mi hanno fatta rimanere di stucco, come rovinare una voce che è sempre riuscita ad esprimere la sua potenza e delicatezza alla grande senza questi mezzucci. Mi sono abbastanza demoralizzata a dire il vero, penso che non riusciranno più a creare capolavori al pari di The Power of One o White Pearl, Black Ocean (o anche tante altre, se è per questo).

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